L’orizzonte di Hermanus alla Cantina di Muzzano
Dal 22 maggio al 7 giugno 2026 la storica Cantina di Muzzano (Lugano) dedica una retrospettiva a Hermanus van der Meijden (1915-1990), protagonista della pittura moderna europea vicino ai linguaggi dell’astrattismo e dell’arte concreta.
La mostra, intitolata “Tra luce e segno: l’orizzonte di Hermanus” e curata da Aymone Poletti, riunisce circa quaranta opere tra tele e cartoncini provenienti dall’archivio dell’artista, molti dei quali raramente esposti al pubblico.
L’esposizione conduce il visitatore all’interno dell’universo creativo di van der Meijden, ricostruendo idealmente l’atmosfera del suo atelier tra il Malcantone e il Ticino, luoghi che segnarono profondamente la sua ricerca artistica.
Il percorso si apre con una serie di schizzi e matite su cartoncino: piccoli studi realizzati nei boschi tra Iseo e Vernate, dove il paesaggio viene progressivamente distillato in strutture essenziali, ritmi geometrici e campiture luminose.
Nelle grandi tele a olio emerge invece la maturità del linguaggio pittorico dell’artista. La precisione compositiva delle sue origini olandesi si fonde con la luce mediterranea e ticinese, dando vita a superfici rigorose ma attraversate da una forte tensione lirica. Bianchi assoluti, blu intensi e geometrie sospese evocano architetture, orizzonti e memorie interiori, trasformando il paesaggio in una dimensione universale e contemplativa.
Nato a Utrecht nel 1915 e trasferitosi in Ticino, Hermanus van der Meijden trovò nel Malcantone una vera rinascita artistica. La sua opera costruisce un ponte tra culture visive differenti, dialogando con l’arte concreta europea e con importanti figure della scena artistica ticinese come Gisela Andersch, Lodewijk Leiser e Teresa Leiser-Giupponi, pur mantenendo una cifra espressiva autonoma e riconoscibile.
La retrospettiva mette inoltre in evidenza il metodo creativo dell’artista: un processo che parte dall’osservazione intima del paesaggio per approdare a una sintesi pittorica essenziale, dove segno, spazio e luce diventano strumenti di meditazione visiva. Un’astrazione che non si allontana dal reale, ma ne conserva l’essenza più profonda.
A questo proposito chiediamo ancora alla curatrice Aymone Poletti un approfondimento sulla mostra.
Come nasce oggigiorno l’idea di dedicare una mostra a Hermanus van der Meijden?
AP-L’idea nasce dal desiderio di riportare l’attenzione su una figura che ha avuto un ruolo importante nel dialogo tra arte concreta, astrazione lirica e paesaggio interiore, ma che nel tempo è stata forse meno raccontata rispetto ad altri protagonisti della sua generazione. Hermanus van der Meijden possedeva una sensibilità rara: riusciva a trasformare l’esperienza del paesaggio in un linguaggio essenziale, quasi meditativo. Oggi, in contrapposizione ad un’epoca molto veloce e frammentata, il suo lavoro invita alla contemplazione, al silenzio e all’ascolto dello spazio.
Nel percorso espositivo emerge un forte legame tra il Ticino e la ricerca artistica di van der Meijden. Quanto è stato importante il territorio nella sua opera?
AP-È stato fondamentale. Pur mantenendo il rigore compositivo e la disciplina visiva tipici della cultura nord-europea, Hermanus ha trovato nel Malcantone una nuova dimensione poetica. I boschi, la luce, le architetture e persino i silenzi del paesaggio ticinese sono entrati profondamente nella sua pittura. Nei suoi lavori il territorio non viene mai rappresentato in modo descrittivo: viene piuttosto interiorizzato e trasformato in ritmo, geometria, luce. È un processo molto raffinato di sintesi emotiva.
Lei stessa, come artista, lavora spesso sul rapporto tra memoria, segno e astrazione. Ha sentito una vicinanza particolare con questa ricerca?
AP-Sì, assolutamente. Pur appartenendo a generazioni e percorsi differenti, sento vicino il suo modo di costruire uno" spazio mentale", attraverso pochi elementi essenziali. Anche nella mia ricerca esiste una tensione verso la sottrazione, verso l’evocazione più che la descrizione. Credo che certi linguaggi astratti possano diventare profondi proprio perché lasciano spazio all’immaginazione e all’esperienza personale dello spettatore.
La mostra include anche materiali meno conosciuti e opere provenienti dall’archivio dell’artista. Che importanza ha avuto questo lavoro di ricerca?
AP-È stato un lavoro emozionante... e per questo voglio ringraziare sia Ella van der Meijden e Ivo Zanoni per la
loro disponibilità ad avermi aperto, oltre un anno fa, le porte della
collezione, sia Luisa Serandrei e tutto il comitato della galleria la
Cantina di Muzzano per aver creduto in questa retrospettiva. Mi interessava mostrare non solo le opere finite, ma anche un frammento di cosa significa il "processo creativo": gli schizzi, gli appunti visivi, le variazioni sul segno e sulla luce. In questi piccoli lavori si percepisce tutta l'essenza del suo sguardo. Essi permettono di entrare nell’intimità del gesto artistico e di comprendere come in seguito può nascere quell’equilibrio così rigoroso e al contempo poetico delle grandi tele.
Che esperienza desidera lasciare al visitatore attraverso questa esposizione?
AP-Mi piacerebbe che il visitatore partisse con una sensazione di sospensione, di sogno e di quiete.
Le opere, in questo allestimento, restituiscono un’intimità simile a quella dell’atelier di Van der Meijden: un luogo piccolo, raccolto e fecondo, dove mente e sensibilità si incontravano nella costante ricerca di un equilibrio tra rigore e poesia.
Hermanus ci insegna che “astrarre” non significa allontanarsi dal mondo, ma guardarlo più profondamente, fino a scorgerne le leggi invisibili. “Tra luce e segno: l’orizzonte di Hermanus” invita così a rallentare, a sostare davanti alla superficie pittorica e a lasciarsi accarezzare, attraverso lo sguardo di un olandese innamorato del Ticino, dalla bellezza silenziosa del gesto, della memoria e della luce.
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La mostra sarà visitabile gratuitamente fino al 7 giugno, presso la Cantina di Muzzano tutti i sabati e le domeniche dalle 14.00 alle 18.00, oltre che su appuntamento per tutta la durata dell’esposizione.





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