Pollock e Rothko dominano le aste … quando l’arte si snatura…

Pollock e Rothko dominano le aste di primavera. Ma il mercato oramai è conciliabile con qualcosa che dovrebbe essere legato per natura all’arte ? La pittura rimane tale nel suo concetto più intrinseco o diventa solo mera merce ?

Le evening sale newyorkesi di maggio 2026 hanno avuto dei protagonisti assoluti: Jackson Pollock e Mark Rothko, Constantin Brâncuși… stavolta non solo Jean-Michel Basquiat, Warhol, Picasso, o altri grandi nomi dell’arte del secondo Novecento. 

Jackson Pollock è stato il divo assoluto delle aste di maggio 2026 a New York.

La sua opera Number 7A, 1948 è stata venduta da Christie’s il 18 maggio 2026 per 181,2 milioni di dollari (buyer’s premium inclusa), stabilendo il nuovo record d’asta per l’artista.

Il dipinto proveniva dalla celebre collezione di S.I. Newhouse ed è considerato una delle più importanti drip paintings ancora in mani private. La gara tra i collezionisti è durata circa sette minuti, con rilanci molto aggressivi al telefono.

Il risultato ha superato nettamente il precedente record di Pollock, confermando il ritorno fortissimo dell’Espressionismo Astratto nel mercato top-tier internazionale.


È stato invece Rothko, ancora una volta, a catalizzare l’attenzione del mercato globale, trasformando le aste di Sotheby’s e Christie’s in una riflessione più ampia sul destino della pittura contemporanea e sul rapporto sempre più ambiguo tra valore artistico e valore finanziario.

La settimana si è aperta il 14 maggio con la vendita da Sotheby’s di Brown and Blacks in Reds (1957), monumentale tela proveniente dalla collezione del dealer Robert Mnuchin. 

L’opera è stata aggiudicata per 85,8 milioni di dollari dopo una lunga battaglia telefonica tra collezionisti internazionali, confermando la tenuta del mercato dell’Espressionismo Astratto anche in una fase economica più prudente. Rothko, del resto, continua a occupare una posizione quasi sacrale nel collezionismo globale: le sue grandi superfici cromatiche sono ormai considerate beni rifugio culturali, icone museali capaci di attraversare crisi e oscillazioni finanziarie mantenendo intatta la propria aura.



Ma il vero centro simbolico della stagione è stato probabilmente un altro dipinto: No. 15 (Two Greens and Red Stripe) del 1964, proveniente dalla collezione di Agnes Gund e battuto da Christie’s il 18 maggio per 98,4 milioni di dollari. Un risultato vicino al record assoluto dell’artista e accompagnato da un’attenzione mediatica straordinaria. (thevalue.com)

La provenienza dell’opera era impeccabile: acquistata direttamente dallo studio dell’artista negli Anni Sessanta, rimasta per decenni nella residenza newyorkese di Agnes Gund, una delle figure più influenti del collezionismo americano. Eppure, proprio davanti a questo Rothko, sono emerse alcune perplessità che attraversano oggi il mondo dell’arte in modo sempre meno sotterraneo.

Non si tratta di dubbi attributivi in senso stretto. Le grandi case d’asta lavorano con livelli di verifica rigorosissimi fra analisi dei pigmenti, provenienze, documentazioni storiche, comparazioni archivistiche e soprattutto dopo gli scandali che negli anni passati hanno coinvolto falsi Rothko entrati persino nel circuito delle grandi gallerie americane. Il problema sembra piuttosto un altro: la distanza crescente tra l’esperienza viva della pittura e la sua trasformazione in oggetto finanziario assoluto.

Davanti a No. 15, alcuni osservatori hanno percepito una sensazione quasi paradossale: vedere prima il valore economico che la forza emotiva dell’opera. Una reazione che riguarda sempre più spesso Rothko. La sua pittura nasce infatti da una relazione fisica e quasi spirituale con lo spettatore: superfici attraversate da vibrazioni minime, velature fragili, profondità che cambiano radicalmente dal vivo rispetto alla riproduzione fotografica. E forse è proprio questa fragilità a entrare in tensione con il gigantismo economico del mercato contemporaneo.

Per molti collezionisti, il Rothko degli Anni Cinquanta e Sessanta resta un’esperienza assoluta del Novecento, capace di conservare una forza contemplativa irriducibile. Per altri, invece, alcune opere apparse recentemente sul mercato sembrano ormai schiacciate dal peso della propria mitologia finanziaria. Non necessariamente meno autentiche, ma quasi trasformate in simulacri di un’idea di Rothko che il mercato globale continua ad alimentare.

È una contraddizione che attraversa tutta la stagione delle aste 2026. Da una parte il ritorno dei grandi maestri storicizzati da Rothko, Pollock, Brancusi che segnala la fine della corsa speculativa sull’ultra-contemporary e un ritorno verso opere museali e provenienze solide. Dall’altra, proprio l’enormità delle cifre sembra talvolta produrre una forma di distanza emotiva: il rischio che la pittura venga osservata più come asset patrimoniale che come esperienza estetica.

Eppure Rothko continua a dominare il mercato proprio perché incarna perfettamente questa ambivalenza. Le sue tele restano tra le poche immagini del Novecento capaci di generare ancora silenzio, contemplazione e vertigine. Ma oggi, dentro le sale d’asta internazionali, quel silenzio viene battuto a colpi di milioni di dollari.

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