VALIE EXPORT è morta, ma il suo corpo politico continua ad abitare l’arte contemporanea

È mancata a Vienna, all’età di 85 anni, VALIE EXPORT, una delle figure più radicali e influenti dell’arte contemporanea europea. 

Performer, filmmaker, teorica e pioniera della media art, ha attraversato oltre mezzo secolo di ricerca mettendo il corpo femminile al centro del conflitto tra immagine, potere e rappresentazione. La notizia della scomparsa è stata confermata dalla fondazione che porta il suo nome. 

 


Nata a Linz nel 1940 come Waltraud Lehner, scelse nel 1967 di ribattezzarsi VALIE EXPORT (rigorosamente in maiuscolo !) in un gesto di rottura simbolica con il cognome paterno e con quello dell’ex marito. Quel nome, ispirato anche a una marca di sigarette austriaca, divenne una dichiarazione di autonomia: un’identità costruita e rivendicata fuori dai codici patriarcali della società.
La sua opera ha rivoluzionato il modo in cui il corpo femminile veniva rappresentato nell’arte. Negli anni Sessanta e Settanta, mentre la scena dell’Azionismo Viennese scuoteva l’Europa con performance estreme e provocatorie, VALIE EXPORT portò quella radicalità su un terreno apertamente femminista, trasformando il proprio corpo in uno spazio di resistenza politica e critica culturale.
Tra le sue opere più celebri resta Tapp und Tastkino (“Cinema tattile”), performance del 1968 diventata iconica nella storia dell’arte contemporanea: l’artista camminava per le strade con una scatola teatrale fissata al petto, invitando i passanti a toccarle il seno attraverso una tenda. Un gesto provocatorio che ribaltava il rapporto tra spettatore e immagine, mettendo in crisi il desiderio voyeuristico e il dominio dello sguardo maschile. 



Altrettanto celebre fu Genitalpanik del 1969, azione in cui entrò in un cinema indossando pantaloni aperti all’altezza del pube, sfidando frontalmente la passività con cui il corpo femminile veniva consumato nell’immaginario cinematografico. Le sue opere non cercavano lo scandalo fine a sé stesso: erano strumenti di disobbedienza visiva, capaci di smascherare la violenza simbolica nascosta nella cultura occidentale.
Nel corso della sua carriera VALIE EXPORT ha lavorato tra performance, fotografia, cinema sperimentale, installazione e videoarte, sviluppando una pratica interdisciplinare che ha influenzato generazioni di artiste e teoriche femministe. Film come Unsichtbare Gegner (Invisible Adversaries) e Syntagma hanno continuato a interrogare il rapporto tra identità, linguaggio e costruzione sociale del corpo.
Negli ultimi anni il suo lavoro aveva conosciuto una nuova stagione di attenzione internazionale. Solo pochi mesi fa era stata protagonista, insieme a Ketty La Rocca, della mostra Body Sign a Milano, dedicata a due figure fondamentali dell’arte femminista europea.
Con la morte di VALIE EXPORT scompare una delle artiste che più profondamente hanno ridefinito il rapporto tra arte e corpo nel Novecento. La sua eredità resta oggi centrale non solo nella storia dell’arte femminista, ma in ogni riflessione contemporanea sul genere, sull’identità e sulla rappresentazione. Perché il corpo, nella sua opera, non è mai stato semplice materia da osservare: è stato linguaggio, conflitto, memoria e liberazione. 

 
A quasi sessant’anni dalle sue performances più celebri, questa riflessione sul corpo appare ancora sorprendentemente attuale.
Ed è fatalmente forse proprio in questa idea del corpo come spazio politico che la sua eredità appare ancora radicalmente viva.
In questo senso, per esempio, il dialogo con il Padiglione austriaco della Biennale di Venezia 2026 appare quasi inevitabile. Se VALIE EXPORT aveva trasformato il corpo in un dispositivo critico contro il dominio dello sguardo patriarcale, Florentina Holzinger sembra oggi raccogliere quella stessa eredità spingendola dentro una nuova dimensione: non più soltanto il corpo come territorio politico e sessuale, ma come organismo estremo, mutante, esposto alla collisione tra natura, spettacolo e tecnologia.
Nel progetto SeaWorld Venice, presentato nel Padiglione Austria della Biennale 2026, Holzinger costruisce un ambiente performativo immersivo popolato da corpi nudi, azioni fisicamente radicali, acqua, fluidi corporei e macchine sceniche. Il corpo non è mai neutro: è vulnerabile, spettacolarizzato, disciplinato e insieme ribelle. Anche qui, come in VALIE EXPORT, la nudità non coincide con l’erotismo tradizionale, ma diventa uno strumento di attrito politico, qualcosa che destabilizza lo spettatore e mette in crisi il confine tra attrazione e disagio.
Ma la differenza tra le due artiste racconta anche il passaggio tra due epoche. In VALIE EXPORT il corpo era ancora un campo di battaglia contro la rappresentazione maschile e mediatica del femminile: il gesto performativo aveva la precisione di un atto di sabotaggio simbolico. In Holzinger, invece, il corpo sembra attraversare una condizione postumana: viene stressato, amplificato, coreografato fino al limite, quasi fosse un materiale biologico da testare dentro una società dominata dalla spettacolarizzazione permanente.
Se EXPORT smascherava il voyeurismo cinematografico degli anni Sessanta, Holzinger lavora in un presente in cui l’esposizione del corpo è ormai continua, algoritmica, compulsiva. Per questo le sue performer non cercano tanto di sottrarsi allo sguardo quanto di saturarlo, esasperarlo, renderlo insostenibile.
Eppure, tra le due artiste esiste una linea chiarissima: esse rifiutano l’idea del corpo femminile come superficie passiva. In entrambe, il corpo diventa linguaggio politico, zona di conflitto e strumento di autodeterminazione. A quasi sessant’anni di distanza da Tapp und Tastkino, il Padiglione Austria del 2026 dimostra quanto l’eredità di VALIE EXPORT continui ancora oggi a pulsare nell’arte contemporanea ... non come semplice riferimento storico, ma come domanda ancora aperta su chi controlli le immagini, i desideri e i corpi.

Aymone Poletti 2026

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